Traccia la linea con nero carbone,
chiama lo spirito della visione.
Il progetto espositivo Tracce di Nero Carbone nasce e si sviluppa nel territorio storico di Triora, scaturendo da un’intensa esperienza di residenza d’artista. Questa mostra, ospitata nelle sale del Museo di Palazzo Stella, non si configura come una semplice sequenza di opere, ma rappresenta il coronamento di una profonda ricerca iconografica, antropologica e visiva radicata nel territorio ligure e nella sua memoria materiale.
Attraverso la rigorosa disciplina della calcografia, il progetto esplora l’identità spirituale e storica di un luogo intriso di suggestioni ancestrali. Il “nero carbone”, elemento che dà il titolo al percorso, diventa al contempo mezzo espressivo e metafora concettuale: è il pigmento denso che riempie il solco inciso sulla matrice, ma è anche il simbolo della trasformazione, del residuo che sopravvive al fuoco della storia e del tempo.
L’indagine iconografica dell’artista si focalizza in modo particolare sulla decodificazione e sulla rivendicazione degli archetipi femminili profondamente legati alla tradizione del borgo, primo fra tutti il mito complesso e stratificato della figura della strega. Lontano dalle narrazioni stereotipate e folcloristiche, le opere in mostra rileggono queste figure come custodi storiche di un’energia primordiale e spirituale, riconnettendole direttamente alle radici antiche della Grande Dea e ai cicli misterici della natura.
Ogni stampa esposta, concepita rigorosamente come un unicum irripetibile e realizzata anche attraverso l’uso sperimentale di supporti non convenzionali ed ecosostenibili – come la punta secca su Tetra Pak –, si fa portatrice di una geografia intima e collettiva. La delicatezza e la forza della matrice si riflettono sulla carta, lasciando impronte vellutate, sature e silenziose.
Tracce di Nero Carbone si configura così come una mappatura dell’invisibile: un cammino in cui l’incisione scava la superficie per restituire al presente la voce ancestrale del territorio e del femminile sacro.
Testi critici
Livia Savorelli
TRACCE DI NERO CARBONE
Dalla cenere alla voce
di Livia Savorelli
Dalla notte dei tempi il corpo femminile è sempre stato considerato mostruoso (già Aristotele considerava la donna un “maschio menomato”).
«L’umanità è definita dagli uomini, perciò le donne, che non sono uomini, non sono umane. Da qui la necessità che vengano dominate dagli uomini – e se le donne si ribellano a questo dominio, diventano mostruose»¹. Questa mostruosità insita nella loro stessa natura porta con sé un’inevitabile conseguenza, la donna genera paura. E la paura è proprio all’origine della “caccia alle streghe”, che insanguinò l’Europa dal XVI al XVIII secolo, ma che continua, seppur con modalità diverse, anche nel nostro presente con un comune denominatore: donne da bruciare sull’altare sacrificale fatto erigere dall’uomo per contenere una forza, quella femminile, che non sarebbe mai riuscito ad arginare. Sono corpi che non si riescono a sottomettere, che non è possibile mettere in gabbia, che divengono nell’immaginario collettivo creature mostruose che devono essere assolutamente soppresse, pena il fallimento di un sistema (misogino, patriarcale, capitalistico, bianco ed eterosessuale) su cui la società si è costituita.
Le donne accusate di stregoneria nei secoli scorsi (ma anche quelle contemporanee additate tali in Paesi come l’Africa e l’India, che vivono una nuova caccia alle streghe) sono i mostri generati dagli uomini per contenere, incatenare e sopprimere quella alterità femminile che non sono in grado di dominare, così facendo – costruendo passo passo i fondamenti del patriarcato – hanno scelto di placare la forza matriarcale demonizzandola.
Un sistema di dominio che si consolidò attraverso processi di marginalizzazione (recidere il legame con la comunità), isolamento (far perdere il proprio sé) e controllo della riproduzione, primi passi di una persecuzione istituzionalizzata, perché ben metteva d’accordo Stato e Chiesa, che porterà a quella caccia alle streghe che avrà il suo apice nel XVI e XVII secolo e che avrà come diretta conseguenza un regime di predominio maschile che tuttora, nel nostro presente, si manifesta con volti differenti ma preoccupanti matrici comuni. E ovviamente, attendendo il momento propizio, come ad esempio una carestia, è bastato poco per accendere gli animi della comunità e ricercare il colpevole. Crescendo il sospetto, la comunità si spezza.
Facciamo un salto nel tempo. Ci troviamo a Triora – un piccolo borgo della Valle Argentina, in provincia di Imperia – dove, nel 1587, è in corso una gravissima carestia, che viene imputata ad un maleficio ad opera delle streghe per compromettere la fertilità dei campi. Questa è la condizione principale che crea il terreno fertile del dubbio, della diffidenza, dell’accusa all’interno della comunità e che funge da miccia per lo scoppio di quel periodo nero di follia collettiva che porta a processi, torture (come il tormento della corda, il fuoco ai piedi, il cavalletto) e, quasi sempre, morte. Un orrore, alimentato dall’annebbiamento della ragione, che porta alla soppressione di erboriste, levatrici, guaritrici ma anche donne comuni di ogni classe sociale che vengono additate come streghe. La donna viene così trasformata in bàgiua (come viene comunemente definita la Strega in alta Valle Argentina) dalla paura e dalla disperazione collettiva di un popolo e diventa creatura malefica che corrompe, seduce e fa patti con il diavolo.
Una concezione dominante che mescola teologia, superstizione e misoginia e che già nel 1486 trovava una sua compiuta manifestazione nella pubblicazione del Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe) da parte dei domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger. Nella loro visione, le donne – deboli di intelletto e di fede – erano le più propense a essere corrotte dal diavolo, aprendo così la strada a quell’immaginario visivo fatto di voli notturni delle streghe per raggiungere i sabba e perpetrare fornicazioni demoniache, di metamorfosi e delle più bieche accuse di atti scellerati, quali l’infanticidio, da loro compiuti.
Nei tempi moderni la Strega, figura amata e temuta, sospesa sul confine tra bene e male, affascina perché rappresenta quello che “le donne sarebbero se avessero potere”, quel varco di libertà in un mondo ideale in cui la donna ha il potere più grande: quello sul proprio corpo.
Silvia Federici, in Caccia alle streghe, guerra alle donne, centra esattamente il punto focale della questione: «La caccia alle streghe ha creato un regime di terrore per le donne, da cui è emerso il nuovo modello di femminilità a cui dovettero conformarsi per essere accettate nella nascente società capitalistica»².
La stessa autrice, in Calibano e la strega, ricorda che «la chiamata alle armi contro le levatrici (uccise per “stregoneria”) sia stato il modo attraverso cui l’intera struttura del patriarcato capitalista è stata costruita. Le streghe individuavano la fonte della potenza generatrice nella persona incinta; le loro arti oscure permettevano alle donne di comandare le forze della natura, accendendo e spegnendo a piacimento quella forza. Affinché i padri assumessero la loro posizione regale all’interno della famiglia fu necessario distruggerle»³.
Quello che rende ancora così inquietante la caccia alle streghe – e che merita una rinnovata analisi nei suoi intrinseci significati antropologici, economici e sociali – è che essa sia stata l’apice di una violenza istituzionale, legalizzata, un oscuro capitolo di quella “guerra alle donne” che era funzionale a creare le condizioni per distruggere il concetto di comunità e aprire la strada a quell’individualismo alla base del neoliberismo e dell’economia capitalistica, ben avvalorato da ideologie misogine e dal benestare della religione. Un “mettere al bando” sancito e reso socialmente accettabile dalla demonizzazione della strega.
Per individuare la cura, per cercare di mitigare questi secoli di orrore, occorre capire da dove origina la ferita, da dove si è generato il male, comprendendo come evitare che le efferatezze del passato si ripetano nel nostro presente.
Stefania Loreto, con le sue donne lunari e a tratti oscure che si moltiplicano nelle sfaccettature più diverse, dando origine a volti, apparizioni, tracce di vissuto che affiorano e poi spariscono come tracce di nero carbone, rende omaggio a queste figure utilizzando tecniche antiche come l’incisione e la calcografia.
Come la Loreto racconta «l’incisione è ferita e cura», è un rituale che nel segno impresso sulla matrice rappresenta metaforicamente le storiche ferite di ogni donna perseguitata, idealmente sanate e ricucite attraverso le nuove e potenti narrazioni cui l’artista dà vita sul foglio. Le incisioni restituiscono, così, corpo a figure che la storia aveva ridotto a cenere.
Le opere nascono da una residenza d’artista a Triora e da una lunga ricerca sulla memoria storica del borgo, trasformando documenti, simboli e immaginari in una nuova costellazione visiva. La location espositiva è quanto mai importante per comprendere il significato della mostra, dall’evocativo titolo Tracce di Nero Carbone. Palazzo Stella, che ospita oggi un percorso museale dedicato alla stregoneria dal forte taglio storico e antropologico, custodisce la memoria delle accuse e delle persecuzioni legate ai processi per stregoneria del 1587-1589. In questo luogo divenuto spazio di memoria, di riscatto dall’orrore e simbolo di rinascita, l’artista ridona metaforicamente nuova vita a queste donne, riportando luce sui loro drammatici destini. Il processo di cura, attuato dalla Loreto e già insito nella sua pratica (utilizzando per le sue matrici un materiale di riciclo, il Tetra Pak), segue una traiettoria stilistica, che alterna luce e buio, ammantando il percorso di pathos e suggestioni a livello visivo. Le opere manifestano un forte simbolismo magico, estrapolato da epoche e tradizioni molto diverse tra loro: le sagome velate, i pentacoli incisi sulla pietra, gli amuleti (come il nodo della strega) e i talismani (ad esempio la Mano della Gloria), gli specchi neri lucidati in ossidiana che riflettono lo spirito evocato, le lacrime della strega, le preghiere alla luna, il noce e l’immaginario dei sabba; richiamando alla mente quella “magia del corpo” che nel Medioevo vedeva l’essere umano dominato da astri, forze occulte e dagli umori corporei.
L’immaginario è sospeso nel tempo – come se la lancetta dell’orologio si fosse fermata a mezzanotte, l’ora delle streghe, che non è più oggi ma neanche domani – così come l’invito a perdersi nell’esplorazione di antri oscuri. Tutto scorre tra visibile e invisibile, tra mondo terreno e mondo degli spiriti, tra conscio e inconscio.
Nessun riferimento appare forzato. Nel susseguirsi delle immagini, la Loreto, come in un sussurro, non pone mai visioni univoche ma dissemina l’opera di indizi. Non c’è dolore, esso è superato da voli estatici, da cadute che “sfidano la gravità e il limite della carne”. Le opere evocano forza, potere, rinascita.
Le streghe, a cui Stefania Loreto dedica la sua personale, sono donne che tornano ad essere potenti, che assecondano l’accadere delle cose, femmine a cui è stata ridonata la magia di essere, il potere di manifestare la propria identità e di riappropriarsi del proprio corpo, quello che l’uomo cerca in tutti i modi di sopprimere (come efficacemente sottolinea Jude Ellison Sady Doyle, «quel terribile potere che manda in frantumi il mondo è solo, dopo tutto, il potere sul proprio corpo»).
Le streghe di Stefania Loreto non chiedono vendetta. Chiedono di essere finalmente guardate.
Attraverso uno sguardo contemporaneo, la Strega torna a essere il simbolo della donna che resiste. Non più creatura da temere, ma figura che custodisce memoria, libertà e possibilità di trasformazione.
- Jude Ellison Sady Doyle, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, Edizioni Tlon, 2021, p. 13.
- Silvia Federici, Caccia alle streghe, guerra alle donne, NERO, 2020, pag. 52.
- Jude Ellison Sady Doyle, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, Edizioni Tlon, 2021, pag. 244.








